la storia  S.Pietro  la cripta  S.Benedetto
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E' un'erta salita quella che dal borgo di Civate conduce alla basilica di San Pietro al Monte. Recentemente è stata risistemata a più riprese per renderne meno arduo il percorso. Eppure è sorprendente come, dopo aver varcato l'arco d'ingresso, mentre man mano si procede per lo stretto vialetto lastricato di ciottoli disuguali, l'apparizione prima della sagoma tozza dell'oratorio di San Benedetto e quindi dello scalone, su cui si erge solenne la basilica, lasci ammutolito il visitatore. Il complesso di San Pietro appare, infatti, nella sua semplice interezza da subito, quasi senza preavviso, stupefacente nella linearità assoluta delle forme romaniche. La sua architettura, infatti, è di una purezza assoluta e di una originalità portentosa.

dedicazione
 
Noi oggi osserviamo i conci di pietra nudi, che costituiscono le pareti dell'edificio. In realtà, tutto l'edificio era esternamente intonacato, ed il colore bianco lo rendeva più solenne. Tracce di intonaco si possono ancora vedere sugli archi del pronao, ma soprattutto rimane completamente intonacata l'abside d'ingresso ritmata da lesene poste tra due archetti pensili . Sopra il portale, invece, risalta la figurazione pittorica della dedicatio  della basilica: San Pietro e San Paolo ricevono da Cristo rispettivamente le chiavi, simbolo del potere della Chiesa, ed il libro della parola di verità, il vangelo( Traditio legis). Per ricevere i doni sacri gli apostoli tengono sulle mani due drappi . Si può ora osservare come l'insieme sia un esempio chiaro dell'interazione fra elemento architettonico, pittorico e plastico. In effetti, non vi è separazione fra le parti: le figurazioni dei santi e di parte del Cristo sono in affresco; la testa del Cristo era in stucco, caduto nel tempo probabilmente per l'umidità e rifatto, male, in affresco; Cristo non è raffigurato per intero ma la parte inferiore del suo corpo continua nella porta  stessa:il pellegrino che varca questa porta entra a far parte del corpo di Cristo che è la Chiesa.
 
ingresso
 
La ricchezza della decorazione pittorica continua all'interno, dove l'ingresso accoglie con la figurazione di due santi: San Marcello papa e San Gregorio Magno, continuatori dell'opera di Pietro e Paolo. Entrambi accolgono nella chiesa dei penitenti. E' da rimarcare come San Gregorio, prima di divenire papa, fosse stato benedettino e gran conversore dei popoli germanici, mentre San Marcello viene ricordato da leggende medioevali come colui che riaccolse nella Chiesa dei fedeli scismatici . La sacralità dell'accoglienza premurosa dei due pontefici è tuttavia preceduta su entrambe le pareti dal simbolo del pesce che identifica Cristo. Il pesce è immerso nell'acqua, sin dalla più lontana antichità segno di vita e di morte , forte simbolo battesimale per il cristianesimo. Sopra la parte interna dell'ingresso Abramo, padre dell'umanità, tiene tra le sue braccia tre piccoli personaggi che sono il suo popolo nella fede. Il gesto di Abramo è un gesto finale di protezione promessa anche nel mondo al fedele che scorgerà l'immagine all'uscita dalla chiesa e si sentirà rincuorato.In alto, sulla prima volta a crociera, Cristo posto al centro domina la Gerusalemme Celeste, fedele alla descrizione dell'Apocalisse e rappresentata come nella letteratura medioevale. Città quadrata con agli angoli le quattro virtù cardinali, prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, è fondata sulle pietre preziose di cui si leggono le iniziali puntate. Nelle mura si aprono dodici porte, mentre il Cristo ha ai lati gli alberi della vita, ed ai suoi piedi l'agnello  sacrificale. Proprio dai piedi dell'agnello sgorga un rivo d'acqua che si divide in quattro ruscelli scorrendo verso l'interno della basilica. Nella volta successiva, quattro personaggi rovesciano da grandi otri l'acqua dei quattro ruscelli, che costituiscono un legame diretto tra cielo e terra trasformandosi nei quattro fiumi del Paradiso Terrestre: Geon, Pison, Tigri, Eufrate. Al centro, in un cerchio, il simbolo del Chirò, cioè delle prime due  lettere del nome di Cristo, sono affiancate dall'alfa e dall'omega, l'inizio e la fine. La crociera è sostenuta da quattro colonne tortili, di cui tre destrose ed una sinistrorsa. Non è certo un errore dell'artista, ma sono il segno che anche nella realtà del quattro e del tetragono, simboli di terra, è sempre presente l'unicità e trinità del Dio cristiano. Le colonne a loro volta sono legate da due plutei  in stucco, su cui sono raffigurati due animali tratti direttamente dai bestiari medioevali: il grifo e la chimera . Sono i simboli del male che fuggono dalla chiesa, poiché essa è luogo del bene.
 
cappella dei santi
 
A destra dell'ingresso si trova la Cappella dei Santi, così definita per la presenza nell'absidiola di trilogie di santi. Essa è formata da due corpi: un primo corpo rettangolare presenta sulla parete lacerti di affresco molto rovinato dall'umidità, che narrano di due martìri di cui uno di San Giacomo, mentre nella volta sono raffigurati i simboli del tetramorfo, dal cristianesimo identificato con gli evangelisti. Il secondo corpo è semicircolare e sulla parete presenta trilogie di santi, divise in categorie: patriarchi, profeti, apostoli ed evangelisti, martiri, pontefici, anacoreti. Nell'ultimo di questi, col saio scuro, qualcuno vuole sia raffigurato San Benedetto. Sopra, nel catino absidale, Cristo è posto nella mandorla  sostenuta da due angeli. La mandorla è formata da quattro colori che rappresentano il tetramorfo. Il Cristo tiene nella mano sinistra un libro, mentre la mano destra è atteggiata al gesto benedicente .

 
cappella degli angeli
 
Sul lato sud si trova invece la Cappella degli Angeli: sulla parete e nelle vele triangolari i sette angeli dell'Apocalisse, con trombe d'argento, chiamano i vivi ed i morti al Giudizio Universale . Sotto il catino absidale invece le trilogie rappresentano le categorie angeliche: angeli, arcangeli, principati, potestà, virtù, dominazioni, troni, mentre i cherubini ed i serafini dalle sei ali, dal corpo ricoperto di piume e con ai piedi le ruote di fuoco, sorreggono il Cristo Pantocratore nella mandorla. Cherubini e Serafini, tra le stelle, tengono nella mano un occhio aperto ed altri occhi sono sparsi sulle piume del corpo e sulle ali. Sette sono dunque le categorie poste sulla parete di fondo, accresciute di due con i cherubini e serafini del catino absidale.
 
affresco della parusia
 
L'Apocalisse viene anche stupendamente rappresentata in una storia, raccontata nella sua interezza nell'affresco capolavoro della parusia . L'affresco si svolge sulla parete di fondo, inserito in una delicata cornice di stucchi ed elementi architettonici che ne completano e rafforzano il significato simbolico. La cornice in stucco, che divide le due forme del quadrato e del triangolo,  viene sormontata nel suo centro dalla cornice traforata della parte superiore del cerchio stesso. Punto d'incontro e legame indissolubile fra le parti è l'immagine plastica dell'agnello, chiave di volta e fulcro unificatore di ogni elemento visibile. Nel grande arcone tracciato sull'intera parete dalla cornice maggiore, si inseriscono tre aperture a tutto sesto in una unione simbolica della unità con la trinità del segno. L'insieme non è semplice espediente decorativo, ma affermazione teologica, plastico-architettonica, del dogma mistero dell'unicità e trinità di Dio, la cui comprensione è possibile solo con l'accettazione dell'agnello che è apice dell'arcone. All'interno della cornice così formata, si svolge il racconto musivo tratto dalla narrazione dell'Apocalisse cap. 12
Poi un grande segno apparve nel cielo: una donna rivestita di sole, con la luna
sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava
per le doglie del parto e le angosce nel dare alla luce. Intanto apparve un
altro segno nel cielo: un gran dragone, dal colore del fuoco, con sette teste e
dodici corna e sette diademi sulle teste. La sua coda trascinava la terza parte
del cielo e le precipitò sulla terra. Poi il dragone si pose davanti alla donna
che stava per dare alla luce, per divorare il figlio appena fosse nato. Ella
diede alla luce un figlio maschio, destinato a pascere tutte le nazioni con una
verga di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e al suo trono. La donna fuggì
nel deserto, dove ha un luogo preparato da Dio, per esservi nutrita per
milleduecentossessanta giorni.
Allora avvenne una guerra nel cielo. Michele ed i suoi angeli combattevano
contro il dragone. Il dragone ed i suoi angeli ingaggiarono battaglia, ma non
poterono prevalere  e nel cielo non vi fu più posto per loro. E il gran dragone
fu precipitato, l'antico serpente, che si chiamava diavolo e Satana, il
seduttore del mondo intero; fu precipitato sulla terra e i suoi angeli furono
precipitati con lui. E udii una grande voce nel cielo che diceva:"Ecco venuta
finalmente la salvezza, la potenza, il regno del nostro Dio e la sovranità del
suo Cristo; perché è stato precipitato l'accusatore dei nostri fratelli, colui
che giorno e notte li accusava davanti al nostro Dio. Or essi hanno vinto in
virtù del sangue dell'Agnello e con la parola della loro testimonianza, ed hanno
disprezzato la loro vita fino al punto di accettare la morte. Per questo
rallegratevi, o cieli, e voi che in essi abitate. Ma guai alla terra e al mare,
perché il diavolo è sceso a voi con ira grande, sapendo di aver più poco
tempo!".
 
La lettura dell'affresco inizia a sinistra, dove la donna partoriente è distesa. Sopra di essa il sole  ed ai suoi piedi una falce di luna partecipano dell'evento straordinario che coinvolge l'universo. Un terribile dragone alato, simbolo del male spirituale, la minaccia con la mostruosità delle sue sette teste e dodici corna, mentre con la coda precipita le stelle dal cielo! Solo l'intervento fulmineo dell'arcangelo Michele, alla guida delle sue schiere angeliche, gli resiste. Egli risalta nella sua perfetta e fiammante divisa da centurione romano tra le tuniche dei suoi soldati celesti e protegge nella drammatica battaglia il bimbo che è nato. Il comandante e le truppe sembrano quasi stupite della facilità della loro vittoria. Ecco, infatti, che l'esito dello scontro è già celebrato con solennità al centro della scena: un angelo introduce il bambino nella mandorla. Ed il fanciullo si rivela il Cristo Vincitore , seduto in maestà sul suo trono. L'Altissimo ha con sé nella mano una pergamena arrotolata, il libro della verità, mentre il gesto della destra è di sovranità ed accoglienza. Sul fondo dell'affresco, due triangoli rovesciati descrivono la palude di fuoco e zolfo, mentre in uno di essi, gli angeli ribelli vengono precipitati; se ne scorgono le sagome appena abbozzate che, a braccia aperte come tentassero di afferrarsi al nulla dell'abisso, urlano la loro disperazione. Eppure ancora una volta l'artefice della vittoria è l'Agnello sacrificale. Alla sommità del dipinto, lo unisce come fulcro alla decorazione plastica ed alla forma architettonica rendendole un tutt'uno. Ed è persino superfluo soffermarsi ad esprimere un  giudizio estetico dell'insieme: esso è senza dubbio in assoluto uno dei capolavori più alti e inimitabili dell'arte romanica.
 
affreschi scomparsi
 
L'insieme delle cappelle un tempo, forse sin quando quest'abside non era l'ingresso dell'edificio, costituiva quello che nelle chiese dell'oltralpe tedesco si definisce cappella regale . Da essa i membri della famiglia imperiali, i messi ed i funzionari dell'imperatore assistevano alle cerimonie liturgiche della basilica. Da essa pure, questi personaggi potevano ammirare l'interno di tutta la basilica. Il suo corpo centrale, la navata , è una semplice aula di tipo romano, coperta da un tetto a vista sostenuto da capriate scoperte  in legno, copertura tradizionale del romanico. Sulla parete settentrionale recentemente restaurata si possono osservare alcuni elementi interessanti. Una lunga fascia che attraversa tutta la parete non è intonacata. Essa un tempo era lavorata in stucco e lo stesso era possibile vedere sulla parete di fronte. Sopra si estendevano le parti completamente affrescate in grandi quadri, che arrivavano sino ai mensoloni  di granito che sostengono le grandi travi lignee. Sotto una decorazione geometrica a greche, intercalata con figure di animali, soprattutto uccelli perché simboli di spiritualità, completavano l'affrescatura che ricopriva così l'interno dell'intero edificio. Purtroppo, verso la fine del '500 e l'inizio del '600 un drastico intervento ha completamente eliminato la decorazione originaria. Fortunatamente, lo strappo di un affresco votivo fra quelli che da allora adornano le pareti, faceva, durante i restauri degli anni '70, ritrovare almeno una traccia dell'affrescatura originale su cui esso era stato direttamente eseguito. Sono pochi lacerti  da cui si rileva la grandezza dei quadri descrittivi e la sostanziale più antica diversità di fattura rispetto a quelli della cappella regale. Sulle pareti ora si susseguono dunque quadri votivi  che seppur interessanti dal punto di vista dell'evoluzione e della fede dal '400 al '700, non appartengono certo alla ricchezza decorativa e culturale originaria. E tale ricchezza è da presumersi osservando la complessa ed ardita allegoria degli stucchi che decorano il parapetto della scala d'accesso alla cripta. Per il resto vi sono varie tracce d'affreschi dove furono aperte grandi finestre sulla parete sud, poi richiuse a fine '800, sugli intradossi delle monofore, in alto sulla parete a nord e sopra la stessa porticina settentrionale, su cui spicca un agnello.
 
stucchi del parapetto
 
Barelli, che iniziò una prima campagna archeologica nel 1880, dedicandosi allo scavo interno della basilica alla ricerca della chiesa originaria, non solo scoprì le fondamenta di un edificio cui non seppe attribuire una origine ed una destinazione certa, ma sostenne che vi fosse, a sud, una scala simmetrica d'accesso alla cripta e la ricostruì . Ciò che non poté fare fu restituire la splendida decorazione plastica che avrebbe ornato il parapetto della scala, così come invece rimane accanto alla parete settentrionale. Il parapetto che difende il vano scala è all'esterno completamente lavorato in stucco, ma questo non ha semplicemente una funzione decorativa, ma è espressione di un discorso teologico complesso che doveva svolgersi, fra affreschi e decorazione plastica sull'intero edificio. E ciò che rimane è semplicemente sorprendente e soprattutto originale. Il racconto iconografico, infatti, esprime, in tre quadri successivi, di fattura indubbiamente più antica delle decorazioni plastiche della cappella regale, una profonda riflessione culturale e teologica sulla realtà del mondo e dell'uomo che coinvolge una meditazione filosofica. Tale riflessione dà anche misura dello spessore intellettuale della vita del monastero. Il primo quadro, costruito in una cornice di viticci in bassorilievo, mostra due animali, un grifone ed un leone che mangiano delle foglie che scaturiscono da un calice rituale. E' la rappresentazione originaria del mondo, il caos iniziale in cui l'uomo (raffigurato dal leone nella iconografia classica) ed il grifo alato (simbolo di entità e forze misteriose) convivono e si nutrono indistintamente di una vita indistinta, improduttiva e inconscia, che sgorga dalla fonte primitiva rappresentata dal calice. Questo non è un qualsiasi recipiente, ma un contenitore sacro, una patera , da cui solo può essere la radice della vita.Nel secondo quadro, la vita si trasforma attraversando una maschera, che in latino si dice persona, in altre parole essa si umanizza ed i leoni si nutrono dei frutti prodotti da questo processo. E' l'umanizzazione classica della vita che passa attraverso la razionalità dell'uomo. Tuttavia anche questa umanizzazione non può bastare all'uomo per superare il vizio originario della sua umanità. Esso è figurato dal peccato originale sulla sinistra del quadro stesso: un serpente, attorcigliato su un albero, tiene nelle fauci una mela. Solo l'ultima immagine rende concreto il senso di salvezza dell'uomo. I leoni non si cibano più del frutto della vite, ma del simbolo di Cristo, il pesce. Non solo. Essi, nutrendosi di Cristo, acquisiscono le ali, simbolo di spiritualità e si trasformano, nella parte terminale del corpo, in pesci.

ciborio
 
Il pezzo artistico più rilevante della basilica, dal punto di vista plastico ed architettonico, è senza dubbio il ciborio. Esso si innalza al centro del presbiterio rialzato da tre gradini di granito di ghiandone rispetto alla navata. Come del resto dell'edificio e delle decorazioni risultano molte le scuole di pensiero e le attribuzioni vanno dal X all'XI secolo, forse, qualcuno suggerisce, al momento stesso della permanenza in Civate dell'arcivescovo Arnolfo III. E' in ogni modo un monumento rarissimo di cui si ha un solo similare esempio in S.Ambrogio a Milano. La differenza sostanziale con il suo modello in Sant'Ambrogio a Milano è forse quella dell'uso di materiali, più ricchi nel monumento milanese, e di una maggiore snellezza architettonica per quello civatese. Tale differenza è senza dubbio da imputarsi al fatto che tutto l'edificio di San Pietro al Monte è stato edificato solo con ciò che poteva essere trovato in loco, mentre la chiesa cittadina poteva contare evidentemente su risorse bene più ricche e diversificate. Il riferimento architettonico invece, in rapporto alla maggiore agilità della struttura del ciborio civatese , deve probabilmente intendersi come miglioramento dello stesso modello già eseguito in Milano. È evidente che i capitelli e le colonne del ciborio sono stati rifatti con modalità e materiali molto diversi dopo il '600 . Si nota, infatti, come i capitelli stessi siano in stile corinzio e rifatti in gesso. Anche le colonne sono state solo successivamente ricoperte con intonaco liscio, a differenza di tutte le altre colonne dell'edificio che sono invece lavorate.Il frontone volto alla navata mostra, con rigida composizione in bassorilievo, la deesis di tipo occidentale , ovvero il Cristo morto in croce, affiancato dalla Madonna e da San Giovanni, rispettivamente simboli della Chiesa e dell'umanità, mentre in alto, accanto al capo di Cristo,  il sole e la luna, simboli dell'intero universo, rendono universale l'avvenimento. Sul pennacchio svetta l'aquila, simbolo del potere imperiale tedesco a conferma dell'appartenenza del monastero . A nord è rappresentata la scena successiva: la Resurrezione. In essa tuttavia non appare il Cristo, ma i segni del grandioso evento. Due piccoli soldati custodiscono un sepolcro chiaramente vuoto, mentre le pie donne accorrono e l'angelo annuncia loro l'avvenimento . Da notare che le lance dei soldati e le funicelle del turibolo delle donne sono in affresco, sottolineando ancora una volta l'intreccio fra ornamento pittorico e plastico, unito alla cornice architettonica del quadro. Ad ovest si può invece riconsiderare l'immagine della dedicatio, già osservata sull'ingresso. Qui tuttavia il Cristo è rappresentato in trono, con a fianco San Pietro e San Paolo che si inchinano nel ricevere i sacri simboli. Il trono è decorato con una serie di fori che qualcuno azzarda fossero un tempo impreziositi da pietre dure . Sarebbe stato l'unico segno ostentato della ricchezza del monastero. Nessun documento induce a sostenere questa tesi e forse essi non sono altro che un semplice ed elementare abbellimento plastico. A sud è riprodotta l'icona della mandorla sostenuta da due angeli, mentre al centro di essa il Cristo Pantocrator è rappresentato nel gesto benedicente, mentre la sua sinistra tiene un volumen, il libro della parola di verità. All'interno quattro angeli sorreggono la semisfera con la destra, mentre dalla loro mano sinistra si alzano delle piume foggiate ad ali, simboli di spiritualità celeste. Sono i quattro angeli descritti dall'Apocalisse che liberano i venti . Nella semisfera un agnello al centro è circondato da diciotto figure umane, i beati, di cui otto in veste bianca e dieci con un mantello di porpora sulla veste candida. L'ipotesi interpretativa del numero dei beati converge nel definire le due cifre corrispondenti alla iota  e alla etadella numerazione greca. Le due lettere sono le iniziali della parola Iesus. Ma il dieci e l'otto  potrebbero essere i simboli numerici di 10+4+4, una singolare interpretazione del numero 144, riferito ai centoquarantaquattromila segnati di cui si parla nella visione celeste dell'Apocalisse, "di cui una parte ha lavato le sue vesti nel sangue dell'Agnello". L'insieme architettonico del ciborio si completa con la figurazione plastica del tetramorfo rappresentato sopra i capitelli rifatti.
 

 

AC84.
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